C‘era
una
volta…
Quando?...Dove?...
E’
sconvolgente come due opportune domande rivolte al narratore in modo
logico e opportuno, magari da un ragazzino anche ben disposto ad
ascoltare, riescano ad interrompere, come in un corto circuito
elettrico, la buone disposizione al racconto del narratore di turno.
E’ pur vero che nell’antica tradizione dei racconti
accanto al focolare, il nonno o comunque la persona anziana aveva
affinato la tecnica per superare questi momenti disarmanti.
“Tanto
tempo
fa”, “in un tempo molto lontano”,
“nei tempi dei tempi”, oppure, “in un posto molto
lontano da qui”, “nel paese del re
curioso”, “nel mondo dei ragazzi che sanno farsi i
fatti propri”, erano alcune delle risposte che
facevano si che il racconto potesse riprendere tra le risate generali e
l’apparente appagamento della curiosità del
ragazzino.
Ma
se
riflettiamo bene sulle domande impertinenti, ci rendiamo conto che esse
non sono altro che un grimaldello che il ragazzino tenta di usare per
inserire quella storia, fin dall’inizio in precise coordinate
spaziali e temporali.
Nel
suo elementare quadro spaziale e temporale, prima e dopo, lontano vicino,
ha pur sempre bisogno di coordinate che lo aiutino a capire. Tanto
più se la fonte del racconto, il nonno, rappresenta la
principale figura di riferimento nell’economia della
tradizione orale.
D’altra
parte, il vecchio contadino ha bisogno di rimanere nel vago non tanto
perché non ci sono dei dove e dei quando precisi nella sua
storia, ma fondamentalmente perché è proprio
nell’assoluta indeterminatezza che si fonda il mistero e il
fascino della sua narrazione. E’ lui solo a conoscenza del
dove e del quando, solo lui può, se vuole, svelarlo, solo
lui deciderà quando farlo. E’ nello stesso tempo
negazione di privilegi e promessa di un futuro di
complicità.
Il
ragazzino non può sapere che quel “c’era
una volta” garantisce la veridicità della storia a
prova di confutazione storica e logica. “C’era una
volta” è garanzia di tutti i tempi e di tutti i
luoghi, e garanzia di coerenza col tempo e con i luoghi reali
dell’ascoltatore. Ma, nello stesso tempo, diventa
l’attributo fondamentale
dell’universalità dei tempi e dei luoghi favorendo
la creazione di un non-luogo e non-tempo dove quella storia
può avvenire senza perdere i connotati logici che un luogo e
un tempo definiti renderebbero problematici.
“C’era
una volta” diventa anche la frase iniziale distintiva tra la
storia fantastica e la storia reale, un marcatore che rimane nella
nostra memoria, un segnale posto sul confine tra la storia reale e la
storia immaginaria.
Le
domandi impertinenti del ragazzino ci costringono a riflettere sulla
non casualità delle formule narrative, su come
l’arte della narrazione nella tradizione orale abbia saputo
creare, nella sua lunga storia rispetto alla scrittura, formule
“magiche” risolutive rispetto alle sue effettive
potenzialità. Le ridotte capacità della memoria
del singolo si esaltano, attraverso queste formule magiche, nella
memoria collettiva che esse riesco a creare.
Il
carattere evocativo delle formule iniziali rende
l’ascoltatore soggetto attivo della storia e lo costringe a
sforzarsi di trovare nei luoghi della sua fantasia la dimensione dei
luoghi e dei tempi della storia. E’ in questo modo che
l’intrinseca volatilità della memoria umana si
trasforma in patrimonio culturale
indelebile. In questo senso la tradizione orale ha rappresentato, per
millenni, il fondamento di tutte le civiltà
“pre-storiche”.
La
scrittura non ha eliminato questo fondamento, e per certi versi lo ha
esaltato, ma con la sua aumentata trasmissibilità, ha
ridotto a fenomeno elitario quello che era un patrimonio planetario.