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Il sindacato ha 12 milioni di tesserati, ma il 78 per cento degli
italiani non lo ama
Le caste si moltiplicano. A quarant’anni dal ’68,
quando sotto accusa era la casta dei “mandarini”
universitari, ora la polemica contro le consorterie autoreferenziali si
concentra contro i politici e – ora con il libro di Stefano
Livadiotti (L’altra casta, Bompiani, 15 euro) –
attacca i sindacalisti.
L’analisi della verbosità,
dell’invadenza, dell’inefficacia, dello spaesamento
(nel senso di estraneità ai problemi del paese reale), della
chiusura corporativa e persino dell’ignota potenza
finanziaria del sindacato italiano sono trattati da Livadiotti con
l’agilità di linguaggio del cronista, che
preferisce citare dati e numeri, sondaggi e inchieste, piuttosto che
addentrarsi in complesse interpretazioni sociologiche o storiche.
Vale la pena di ripercorrere i cinque temi scanditi nei capitoli del
saggio, si direbbe i cinque capi d’accusa della requisitoria,
anche per riscontrare come quegli stessi temi abbiano inciso nelle
vicende italiane, comprese le recenti consultazioni elettorali, e da
quali radici abbiano tratto origine.
Il sindacato impopolare
Le confederazioni vengono percepite dalla stragrande maggioranza
dell’opinione popolare come una presenza inutile se non
dannosa: secondo le inchieste citate da Livadiotti addirittura il 78,3
per cento della popolazione li vede “come il fumo negli
occhi”. Questo nonostante, o forse a causa,
dell’estesissima copertura mediatica degli interventi dei tre
leader che parlano di tutto, nelle 1.485 esternazioni meticolosamente
conteggiate nel corso di un solo anno. Il divario tra
popolarità reale e presunzione dei vertici pone il problema,
centralissimo per organizzazioni sindacali, della rappresentanza.
Com’è noto, dai dati delle iscrizioni alle
confederazioni si ricava che, sui quasi 12 milioni di tesserati, la
metà sono pensionati, mentre quasi un quarto dei lavoratori
attivi appartiene al pubblico impiego. Questo significa che la maggior
parte degli iscritti al sindacato vive in condizioni che si ritengono
al riparo del mercato e della concorrenza, il che spiegherebbe, pur
senza giustificarlo, il ritardo accumulato dalle confederazioni nei
confronti dei problemi della competitività, quelli decisivi
per determinare la crescita o il declino del sistema produttivo. Da
questo spaesamento di fondo derivano le conseguenze denunciate da
Livadiotti: la concertazione puramente verbale, l’abbandono
della rappresentanza di giovani e precari, la difesa dei
“fannulloni” e la mancata tutela salariale del
lavoro produttivo, la disseminazione di sigle sindacali e di contratti
nazionali (che nessuno sa esattamente neppure quanti siano) e degli
scioperi inutili o puramente simbolici, la colpevole disattenzione
verso la sicurezza del lavoro.
Il finanziamento distorsivo
Lo squilibrio tra il panorama della distribuzione dei lavoratori
nell’apparato produttivo e quello registrato nel tesseramento
delle confederazioni è determinato anche dalle forme
specifiche di finanziamento del sindacato. La massa di circa 20 mila
funzionari, ai quali vanno aggiunti i “distaccati”,
provenienti dalle grandi aziende e dalla pubblica amministrazione,
rappresenta un costo elevato, cui si fa fronte con il tesseramento e i
servizi erogati. Il tesseramento, basato su un bizantino sistema di
deleghe dalle quali è quasi impossibile uscire, non
è più come in passato un momento di verifica
della rappresentatività. Una volta firmata la delega, magari
per ottenere un servizio di assistenza fiscale o previdenziale, il
lavoratore o il pensionato non ha praticamente più modo di
liberarsene. La disdetta si può dare solo in certi giorni,
prevede un iter complesso, il che scoraggia molti che pure non sono
contenti di ricevere una detrazione sindacale sulla busta paga o sulla
pensione. L’attribuzione alle confederazioni di una funzione
di consulenza fiscale ufficiale, in condizioni di sostanziale monopolio
(pur bocciato dall’Europa perché lesivo dei
principi di libera concorrenza), come quella esercitata sulle questioni
previdenziali che si basa sugli elefantiaci organismi territoriali
dell’Inps dominati dai sindacati, rappresenta una forma
surrettizia di finanziamento pubblico, che si raddoppia con la
richiesta o almeno il pressante invito al lavoratore che chiede un
servizio di iscriversi alla confederazione che lo gestisce. I Centri di
assistenza fiscale, Caf, e i patronati, con il tesseramento indiretto
che promuovono e con i contributi pubblici che lo stato e
l’Inps versano per la loro attività, sono
probabilmente la maggiore fonte di finanziamento delle confederazioni,
il che le porta inevitabilmente a trasformarsi da rappresentanti dei
lavoratori in una sorta di burocrazia parastatale. E a essere
considerate tali da lavoratori trattati da clienti cui fornire servizi
e non da soggetti da rappresentare.
La difesa del privilegio
Naturalmente i sindacalisti non hanno trascurato di tutelare gli
interessi di una particolare categoria: la loro. Livadiotti esamina la
serie di leggi e leggine che hanno consentito e tuttora consentono a
sindacalisti, soprattutto a quelli “distaccati”
dalle grandi imprese e dalla pubblica amministrazione, di ricevere
lauti assegni previdenziali o altre regalie. Dalla legge del 1974
firmata dall’ex vice segretario della Cgil Giovanni Mosca,
che in sei anni ha fornito una pensione senza copertura contributiva a
circa 20 mila funzionari sindacali (e politici) col costo per
l’Inps di dieci miliardi di euro fino ad oggi si sono
susseguiti provvedimenti onerosi di autotutela dei sindacalisti.
Inoltre la pratica di distacchi retribuiti e dei permessi sempre
retribuiti per l’attività sindacale, che nel
complesso interessano ben 700 mila persone, determina un altro costo
assai pesante per le grandi imprese e per la pubblica amministrazione.
Inoltre la disseminazione di organismi nei quali è prevista
la presenza, ovviamente retribuita, di rappresentanti delle
confederazioni, ha assunto dimensioni ragguardevoli, almeno il 7 per
cento degli amministratori di enti pubblici. Alle circa 26 mila
poltrone occupate dai sindacalisti vanno aggiunti una serie di
organismi paritetici con i rappresentanti di sindacati e aziende
private, le camere di commercio, gli organismi decentrati del Cnel,
senza contare la fitta rete di società partecipate dai
comuni, dove un posto o meglio tre per i rappresentanti dei lavoratori
si trova quasi sempre.
I nullafacenti del pubblico impiego
Com’è noto, da almeno dieci anni nessuno
è stato licenziato nell’immenso caravanserraglio
del pubblico impiego per scarso rendimento. Se ne dovrebbe dedurre che
il rendimento della pubblica amministrazione è eccellente,
ma tutti sanno che questo è il contrario della
verità. Il fatto è che il pubblico impiego
italiano è elefantiaco perché inefficiente,
inefficiente perché elefantiaco. E’ qui che le
confederazioni (e i sindacatini autonomi) hanno il loro punto di forza,
visto che il tasso di sindacalizzazione dei dipendenti pubblici
è circa il doppio di quello dei dipendenti delle aziende
private ed è più alto al crescere del livello
gerarchico. All’Inps, dei 43 dirigenti generali, solo uno non
è iscritto ai sindacati. La distribuzione territoriale del
pubblico impiego è assai diversificata, in Lombardia
c’è un dipendente dell’amministrazione
centrale ogni 10 mila abitanti, in Abruzzo 45. Più scarsa
è l’attività economica, più
personale pubblico c’è ad assisterla.
Confagricoltura ha calcolato che, su un milione e mezzo di addetti
all’agricoltura, ci sono un milione e 200 mila dipendenti
pubblici che si occupano di agricoltura.
Naturalmente a tutte queste storture ha collaborato attivamente il
clientelismo, ma l’azione del sindacato, che difende
strenuamente i fannulloni nella pubblica amministrazione rappresenta il
freno decisivo che impedisce ogni azione di disboscamento e
rinnovamento.
D’altra parte la forza contrattuale concentrata in
quest’area ha fatto si che le retribuzioni del pubblico
impiego aumentino in media del 5 per cento l’anno, mentre
quelle dell’industria e dei servizi privati ristagnano. Se
poi le assenze per “malattia” nel pubblico impiego
sono tre volte più consistenti che nel settore privato, il
sindacato si offende se si parla di assenteismo.
Come far fallire Alitalia
Livadiotti esamina la situazione in alcune società che
sarebbero private ma che per il ruolo che vi esercita la
proprietà pubblica subiscono una pressione sindacale, delle
confederazioni e ancor più del pulviscolo del sindacalismo
autonomo, insopportabile. Leggere, una dopo l’altre, le
vicende dell’Alitalia, delle Ferrovie, delle Poste,
dell’Inps. dell’Enav, l’ente per il
controllo dei voli, e persino della Banca d’Italia fa davvero
impressione. Sembra di leggere un romanzo di Gogol, con i sindacati al
posto delle gerarchie zariste. D’altra parte se, come pare,
gli amministratori di Aeroflot hanno detto di aver trovato nel
sindacalismo della compagnia di bandiera italiana comportamenti
peggiori di quelli dei sindacati sovietici, c’è
davvero da preoccuparsi. Manca un capitolo sulla Rai, che probabilmente
non sarebbe privo di spunti interessanti, o magari su quel che capita
in qualche grande giornale di informazione.
Lo spazio stretto di un’autoriforma
Le reazioni dei diretti interessati alle documentate denunce sono state
scontate e burocratiche. Criticare i sindacati equivale ad attaccare i
lavoratori, ma questa identificazione, che presuppone un sistema
limpido di rappresentanza, è esattamente il punto in
discussione. La domanda che viene spontanea è se ci sia
ancora lo spazio per un’autoriforma del sistema di potere
confederale, oppure se questa sia un’illusione simile a
quella che i comunisti occidentali nutrivano nella
possibilità di autorigenerazione del sistema sovietico. Il
problema è sempre lo stesso, la rappresentanza del lavoro,
quello vero, che viene sostituita dalla strenua difesa dei fannulloni.
L’efficacia inesorabile di questa difesa dà la
dimensione dello strapotere sindacale (e della complice
pavidità delle controparti), ma anche quella del distacco
delle confederazioni dalla loro funzione specifica e del loro
spaesamento.
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