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Un contadino senza terra
chiese al duca un podere da coltivare e questi
gli concesse in fitto un appezzamento di terreno, in
località ANGELO GUERCIO, che in apparenza sembrava fertile.
Si fece dare in prestito sette tomoli di grano da seminare e si
dedicò, anima e corpo, alla cura di questo podere. Guardando
le spighe, che nel mese di Aprile erano belle e grosse, pensava di
dover fare tanto grano da non sapere dove metterlo. Ogni
volta che osservava il suo campo carico di spighe superbe il cuore gli
batteva forte e stentava a credere ai suoi occhi.
Nella realtà le cose non erano come sembravano
perché il terreno era acido e salmastro e, non appena il
caldo fece sentire i suoi malefici effetti, i chicchi seccarono proprio
nel periodo in cui dovevano cominciare a maturare. Il contadino
impiegò tutto il mese di Luglio per mietere ed ammassare i
covoni. Nel mese d'Agosto, si prestò due muli per una
diecina di giorni al fine di pesare e spulare il grano nell'aia. Quando
le spighe furono sgranate, cominciò a ventilarlo per
separare paglia, pula e glume, dai chicchi e ad ammassare quest'ultimi
in un mucchio, chiamato in dialetto baruni.
Vedendo che il quantitativo di grano prodotto era molto limitato, il
sangue cominciò a gelargli nelle vene e gli venne voglia di
piangere o di accendere un fiammifero sotto quella montagna di paglia e
preoccupazioni.
Oltre l’imposta del duca, per i sette tomoli di grano della
semenza ne doveva restituire quattordici. Per il nolo dei muli e la
terraggera (canone di fitto della terra) doveva darne altrettanti. Dove
prendere il grano per pagare i soli debiti? Come fare a
sopravvivere durante l'inverno? Non potendone più
cominciò a schiaffeggiarsi e graffiarsi il viso gridando:
Anciulu Guerciu, tradituri fusti!
E cumi lu tradisti lu massaru?
I granu ndi facisti nu barùni
ca mancu lu duca si potta pagari!
Angelo Cieco, traditore
fosti!
E come lo tradiste il
massaro?
Di grano ne
facesti mucchio si grande
che neppure il duca io
potei
pagare!
Per rimettersi da quel disastro economico, il povero contadino dovette
abban¬donare il campo, rinnovare il debito e, per non indurre i
creditore a vendere ogni suo bene all'asta, dovette lasciare moglie e
figli nel paese e vendersi come garzone in un località
distante centinaia di miglia. Siccome i debiti non pagati raddoppiavano
anno per anno, per riprendersi da quell'unica mala annata dovette
lavorare sodo per ben dieci anni.
In tale periodo non rivide la moglie per un solo giorno e costei, per
mandare avanti la baracca senza cacciare soldi, dovette servirsi spesso
dell'opera di un bonaccione chiamato compare Vento che era benestante
ma senza nessuno che gli preparasse un boccone di minestra.
Un po' per bisogno suo, un po' per compassione di quella donna che
sapeva cucinare bene ma versava in difficoltà finanziarie,
compare Vento prese l'abitudine di recare a costei cibo sufficiente a
sfamare un esercito affinché ne preparasse anche per lui.
Come se ciò non bastasse, se trovava la comare intenta ai
lavori agricoli, le strappava la zappa dalle mani e continuava il suo
lavoro per darle il modo di tornare in cucina tra pentole e padelle.
Capite benissimo che la povera donna era felice di preparare i
manicaretti a compare Vento perché questi pagava, le
permetteva di sfamare la sua famiglia, le levava dalle mani i lavori
più pesanti, si mostrava gentile e comprensivo, senza
assurde pretese.
Trovando un reciproco interesse, i due divennero prima amici, poi
confidenti e infine qualcuno cominciò anche a pensare che
fossero amanti. La donna, con i soldi spediti puntualmente dal marito e
l'aiuto di compare Vento, era riuscita a pagare tutti i debiti e a
comprare una casa circondata da un bell'orto.
Ovviamente, tramite lettera, comunicava al marito quello che riusciva a
realizzare ma non parlava di compare Vento. Un bel giorno
però il marito tornò e il compare, che non sapeva
nulla, diede alla porta i colpetti convenzionali, usati abitualmente
quando voleva dirle o darle qualcosa fuori orario. La donna riconobbe
il segnale ma ritenne saggio non andare ad aprire in quel momento al
compare per non dare subito mille spiegazioni al marito che, non
conoscendo l'esatta natura dei loro rapporti, non ci avrebbe pensato
due volte a fare una scenata di gelosia.
Poiché era troppo tardi per ricevere visite non urgenti,
cercò un espediente per far comprendere all'amico il
pasticcio in cui si trovava. Si mise in braccio il figlio
più piccolo e finse di cantargli i seguenti motivi:
Vientu, ca mi truzzuli a ra porta,
vattindi ca maritumma è ricuotu
ed è vinutu di luntana via
ppi dormiri stanotti nsiemi a mia!
O Vento, che scuoti la
mia porta
vattene
ché il marito mio tornato
ed
è venuto da lontana via
per dormire
stanotte insiem con mia (me)!
Vattindi sutta a χianta i mandarinu
ca dδrà cci truovi na bbuttijja i vinu!
Vattindi sutta a troppa i majuranu
ca dδrà cci truovi nu prisuttu sanu!
Vai a cercare
sotto il mandarino
e vi troverai
una bottiglia di buon vino!
Corri a cercare sotto il
maggiorano
e lì troverai
un prosciutto sano!
Cci truovi nu gadδruzzu arrusulatu,
o Venticiedδru mia malumparatu.
Vi trovi un
galletto rosolato,
o Venticello
mio, male imparato!
Siccome il compare continuava a fare il segnale, la donna
aumentò il volume della voce e riprese a cantare:
O Vientu, va vatindi e u m'inquetari!
Vientu va vatindi e nu butani
ca lu maritu mia haddi ripusari
ca è binutu di luntana via
ppi ddormiri stanotti insiemi a mia!
Vento, vattene via e non
m'inquietare!
Vento, va via e non
tornare
ché il marito
mio ha da riposare!
Egli è
tornato da lontana via
per dormire stanotte
insiem con me!
Vattindi sutta a troppa i majuranu
ca dδra cci truovi nu prisuttu sanu!
Vattindi sutta a troppa i petrusinu
ca dδra ci truovi na buttijja i vinu
Vai a cercare
sotto il maggiorano
perché
lì trovi un prosciutto sano!
Vai a cercare vicino
al petrosino(prezzemolo)
che lì tu
trovi un buon bicchier di vino.
Cci truovi nu gadδruzzu arrusulatu,
o Venticieddru mia malu mparatu!
Vi trovi un galletto
rosolato,
o venticello
mio, tanto viziato!
Moni vatindi e cχiù u mm'inquetari!
Moni vatindi e nnu mi provocari!
Cumi t'è parsa duci la vinuta
u tt'addì pariri amara la partuta!
Adesso va via e
più non m'inquietare!
Adesso va via
e non mi provocare!
Come ti è
sembrata dolce la venuta
non ti deve
sembrare amar la dipartita!
Va! Mancia e viva, ppi d'amuri mia,
Vientu, bonanotte e va ccu Dia!
Vai! Mangia e bevi per
l'amor mio,
Vento, buonanotte e vai
con Dio!
Il marito che sonnecchiava nel letto, sentendo quelle parole,
drizzò le orecchie e sospettò la moglie di
adulterio. Volle chiarimenti su quel personaggio che usava quel
linguaggio convenzionale ma, per quanto questi fossero esaurienti, non
ebbe mai la certezza che compare Vento fosse un amico e non l'amante
della moglie. Cosa avrebbe dovuto fare? Ucciderla
per averlo reso cornuto, abbandonarla o piuttosto premiarla per avere
indotto un amico a lavorare gratuitamente per la sua casa, prendendolo
letteralmente per la gola? Fino a che punto la moglie l'amava o gli
voleva semplicemente bene? Quale era la verità? Chi avrebbe
mai trovato il coraggio di svelargliela se questa fosse
amara? Cercò di parlare con amici per avere
conferme ai suoi sospetti ma, non riuscì a sapere nulla di
certo anzi, al termine delle sue inchieste, aveva finito col
convincersi che, in ogni caso, la colpa fosse solo sua
perché, per dieci anni, aveva commesso l'errore di lasciare
una moglie, giovane e piacente, sola, come una vigna abbandonata.
Vendette tutto e se ne andò in America con moglie
e figli, nella speranza che lui partisse per nave e le corna non
prendessero l'aereo. Arrivati a destinazione, trovarono
lavoro in una fattoria abbastanza isolata. La moglie, avendo
l'impressione di trovarsi in un deserto, si lamentava col
marito e le chiedeva cosa lo avesse indotto ad andare via dal
paese ora che potevano viverci più tranquillamente. Capite
le ragioni, la donna canterellava:
Cchi tti serva su mussu e ssu ncagnu!
Tutta sa gilusìa de duvi vena!
Nu ssi tu fijju a lu re de la Spagna
E mancu a la regina de Burgogna!
Che ti serve
muso e risentimento!
Da dove ti
viene gelosia e scontento!
Non sei tu figlio ad
alcun re della Spagna
E neppure alla regina di
Borgogna!
Il marito, che quel giorno era di cattivo umore, rispondeva
canterellando così:
Tutti li genti tua su di montagna
chini guarda porci e chini sona a vrogna!
Si natu intra nu cupu di castagna
E di subba cci cantàu na zagarogna!
Tutte le genti tue son
di montagna:
Chi guarda porci e chi
suona la vrogna!
Tu sei nata nel cavo di
un castagno
Mentre un gufo vi
lanciava il suo lamento!
Quando nascivi eu, nascivi a mmari!
Nascivi tra li turchi e la Morìa!
Na zingara mi voza annominari
Ppi-d-a-ra vita mia dari destinu!
Quando nascevo io,
nacqui nel mare!
E nacqui tra li turchi e
la Morea!
Una zingara il nome mi
volle dare
Per vita e
destino mio poter segnare!
Fijju tu l’hai acχiari nu trisuru,
pijja la zappa e ncigna a scavari!
Nta vita tu no trovi argentu o oru
Ma sulu disgrazzi finu a quando mori!
Figlio tu devi trovare
un tesoro,
prendi la zappa e
comincià scavare!
Nella vita non troverai
argento od oro,
ma solo disgrazie fino a
quando muori!
Moni vatindi, o zingara trafana,
ca cu nascia affrittu, desperatu mora!
Ora va via, o zingara
ciarliera,
perché
chi nasce afflitto, disperato muore!
Tutti li guali tua su-d-a ra Spagna!
Ad arrazzari corna e vrigogne!
Quando le vuonu, sonanu a ra vrogna
E idδre curranu cumi scrufi a ri castagni!
Tutti li pari
tuoi son nella Spagna
per generare
corna e altre vergogne!
Quando le
voglion, tutti suonan la
vrogna
Ed esse corron come
scrofe alle castagne!
Chini asinu sparagna e donna crida,
Luci di Paradisu cχiu non bida!
Nu cridire a la fimmina ca jura,
quando mberu de tia ciancia e suspira!
Chi asino risparmia e
donna crede
Luce di paradiso
più non vede!
Non credere alla donna
che ti giura,
quando davanti a te
piange e sospira!
Comu te voti e nartru s’annamura
E, cumu scieccu, alla stadδra sua te tira!
Come ti giri, di un
altro s’innamora
E come un asino alla
stalla sua ti tira!
A donna ti sa fari a Maddalena,
sulu quando s’allampa ri gadδrini!
La donna, ti sa far la
Maddalena,
solo quando divora le
galline!
La moglie, sentendosi tanto oltraggiata, rispose:
- Pure questo c'è! Chi te lo ha scritto che io ho fatto la
puttana e sono una scrofa? Non è, per caso, che tu hai fatto
i vermi e temi che io ti abbia reso la pariglia? Tu... per me
e per compare Vento... devi avere il massimo rispetto! Nella tua vita
troverai poche persone altrettanto generose e disinteressate alle cose
che tu pensi! Per quanto ne sappia, io personalmente :
Bona vinuta era e bona truvata sugnu!
Era vigna e tali sugnu!
Ma era putata e mo nu sugnu
Ed aju piersu lu mia gudìri
Senza sapìri cchi vena-d-a diri!
Ben venuta ero e ben
trovata resto!
Ero una vigna e tale
resto!
Ma ero potata (curata) e
ora più non lo sono!
Io perso il mio piacere
ma il motivo non riesco
a sapere!
Il marito, volendo schernirla, aggiunse:
E già… Ccu d’iddru
è veru ca u ci si stata
E che, sutta li panni, nu t’ha tuccata!
E
già… Con lui è vero che non ci sei
stata
E che, sotto i panni non
ti ha toccata?
La moglie controbatte:
Ma ija ti giuru subba a Sacra Curuna
Ca malifatti und’haju mancu unu!
Pua, si a mmia nu pua cχiù cridìri,
vai a farti fottere o cumpatìri!
Ma io ti giuro
sulla Sacra Corona
di non averti tradito
con alcuna persona!
Ma, se a me
non credi, torna a sparire,
vai a farti fottere o
compatire!
Arraggiatindi mo, senza guardari
Si pani tiegnu o mind’haju abbuscari!
I n’uomu cumi tia chi mind’aju fari,
si nu capisci o nu bbua ragiunari!
Allontanati senza
pensare
Se ho del pane o me ne
devo cercare!
Di un uomo come te che
ne posso fare,
se non capisci o non
vuoi ragionare!
Il marito, per quanto non riuscisse a fugare il sospetto, o
perché credeva nel valore del giuramento o perché
serviva a poco accusare quando non si può provare,
cominciò a cambiare argomento e a non fare più
alcun accenno alle sue presunte corna e cercò di passare
più tempo con la moglie. Pian piano i sospetti furono
dimenticati e i due coniugi finirono col ritrovare l'armonia dei loro
primi anni di matrimonio.
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